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La Germania accusa l’Italia: ​”Qui ci portate i contagiati” ma il paziente 1 è un uomo d’affari di Monaco

Dopo aver scoperto che il primo contagio del coronavirus in Europa sarebbe avvenuto in Germania tra il 20 e il 21 gennaio (il paziente 1 potrebbe essere un uomo d’affari di Monaco venuto in contatto con una collega tornata dalla Cina), i tedeschi continuano a puntare il dito contro l’Italia.

Il ministero degli Esteri tedesco sconsiglia tutti i viaggi non essenziali in Alto Adige, Lombardia, Emilia Romagna e a Vo’, in Veneto. Oltre alle zone a rischio già note c’è anche l’Alto Adige. Perché? L’Istituto epidemiologico “Robert Koch” di Berlino afferma che “un terzo dei casi portati in Germania dall’Italia proviene dall’Alto Adige con 36 casi”. Non si è fatta attendere la replica della Provincia Autonoma di Bolzano, che definisce questa affermazione “incomprensibile”.

Ma per quale motivo l’istituto della capitale tedesca ha inserito l’Alto Adige nella lista delle zone a rischio contagio coronavirus, insieme alle già note Lombardia e Veneto? Secondo il presidente della RKI, Lothar Wieler, alla base di questa decisione vi sarebbero tre criteri: il numero delle infezioni, la dinamica dei casi (numeri crescenti) e il numero di infezioni portate dall’area di rischio ad altri Paesi. La tesi lanciata da Berlino potrebbe avere pesantissime ripercussioni sul turismo, già colpito dagli effetti del virus. L’assessore provinciale altoatesino all’Economia, Philipp Achammer, osserva che una “decisione affrettata è incomprensibile e che non ci sono prove che questi vacanzieri siano stati davvero infettati qui”.

I media tedeschi giorni fa avevano parlato di cinque persone rientrate dall’Alto Adige risultate positive al test del Covid-19, dopo aver soggiornato nelle località sciistiche di Obereggen e Selva Val Gardena. Le montagne altoatesine sono meta di vacanze per la popolazione tedesca, sia d’inverno che d’estate. Lo stesso presidente federale della Germania, Frank-Walter Steinmeier, trascorre diversi periodi di vacanza sull’altopiano del Renon.

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E’ morto il giovane 24enne che ieri sera si è opposto ad una tentata rapina difendendo la propria fidanzata

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Luca sacchi – fotografo: barsoum/proto

Non ce l’ha fatta il giovane personal trainer di 24 anni a cui ieri sera hanno sparato alla testa perché aveva reagito ad un tentativo di rapina, in zona Colli Albani a Roma. Era ricoverato – in gravissime condizioni, dopo un delicato intervento chirurgico – all’ospedale San Giovanni. Luca Sacchi, personal trainer e Anastasia Kylemnyk, babysitter di 25 anni, entrambi senza precedenti, sono le vittime dell’aggressione avvenuta ieri sera alle 23.20 fuori dal pub John Cabot di via Mommsen, in zona Colli Albani.

Il giovane si trovava in compagnia della fidanzata, di origini ucraine, e stavano per raggiungere i loro amici che li attendevano al pub. Erano ormai davanti al locale quando sono stati avvicinati dai due uomini che hanno strattonato la ragazza per portarle via lo zaino e l’hanno colpita alla testa nonostante lei stesse per consegnarla. A quel punto il ragazzo ha tentato di opporsi bloccando uno dei rapinatori, ma l’altro ha fatto fuoco con una pistola ferendo il giovane alla testa.

Immediata la corsa all’ospedale San Giovanni dove il 24enne è stato sottoposto a delicato intervento chirurgico. Intervenuti i carabinieri di Piazza Dante e quelli del nucleo investigativo, che procedono con le indagini. Sul posto non sarebbero stati trovati bossoli. Al vaglio ci sarebbe anche il racconto di alcuni testimoni, avventori del pub. I due rapinatori, secondo quanto si apprende, parlavano italiano. I genitori di Luca Sacchi hanno espresso il loro consenso alla donazione degli organi, se confermata l’idoneità del giovane all’eventuale prelievo per trapianto terapeutico.

Lo comunica l’ospedale San Giovanni, dove il giovane era stato ricoverato ieri in gravissime condizioni. Il ragazzo era stato sottoposto ad intervento chirurgico da parte dell’equipe di Neurochirurgia e ricoverato in Terapia Intensiva con prognosi riservata. Causa ulteriore peggioramento, riferiscono i sanitari, è in corso l’accertamento di morte encefalitica. Secondo le testimonianze raccolte dagli inquirenti i due rapinatori avevano un forte accento romano. Sempre secondo le testimonianze, i due sarebbero fuggiti a bordo di una Smart bianca.

La procura di Roma indaga per omicidio volontario in relazione alla morte del ragazzo. Il fascicolo è affidato al pm di turno esterno Nadia Plastina che ha affidato ai carabinieri del Nucleo Investigativo le indagini. Gli inquirenti hanno trasmesso una prima informativa a piazzale Clodio su quanto accaduto ieri notte. Sono al vaglio degli investigatori le registrazioni delle telecamere di videosorveglianza della zona in cui è avvenuta la rapina.

Eravamo appena usciti dal pub. Mi sono sentita strattonare da dietro, mi hanno detto: ‘dacci la borsa’. Gliela stavo consegnando quando mi hanno colpito con una mazza. A questo punto è intervenuto Luca che ha reagito bloccando il ragazzo che mi aveva aggredito, quindi è intervenuto l’altro aggressore che gli ha sparato alla testa”. A dirlo, agli investigatori del Nucleo Investigativo dei carabinieri, è stata Anastasia Kylemnyk, la fidanzata di Luca Sacchi. Secondo quanto riferito dalla giovane, lei e il fidanzato erano andati nel locale dopo una giornata di lavoro per bere una birra.

La ragazza ha riferito agli inquirenti che i due aggressori sarebbero fuggiti a bordo di una Smart. Altri testimoni hanno invece raccontato che i due sarebbero fuggiti a piedi. A dare l’allarme è stato un tassista che si trovava a passare in via Bartoloni nella zona di Colli Albani. “Anastasia è sotto shock. L’ho incontrata un attimo. Ha detto che lei era a terra e hanno sparato a Luca davanti ai suoi occhi”. A dirlo un amico di famiglia di Luca. “È sconvolta – prosegue l’amico, lasciando la terapia intensiva dell’ospedale San Giovanni – è una tragedia enorme. Luca naturalmente ha reagito quando ha visto che la fidanzata era stata colpita con una mazza alla testa ed era finita a terra. Certo non pensava che tirassero fuori la pistola”.

“I clienti erano tutti dentro, stavano guardando la partita. Io ero al bancone. Abbiamo sentito il rumore del colpo, io ho alzato la testa e ho visto una macchina che si allontanava a grande velocità. Mi pare fosse una Smart, ma non ne sono certo”. Ricorda così, il titolare del pub John Cabot, gli attimi in cui è stato esploso il colpo di pistola costato la vita a Luca Sacchi. “La ragazza ha iniziato a urlare – prosegue nel racconto il titolare del pub – Abbiamo preso qualcosa per provare a tamponare il sangue e poi sono arrivati i Carabinieri”.

”Questa città mi ha tolto tutto, sicurezza zero, vivo qui da 20 anni. Pensare che un figlio esca di casa con la fidanzata per andare in un pub e poi non tornare più è inimmaginabile”. La mamma di un amico di infanzia di Luca Sacchi, il giovane ucciso ieri sera davanti a un pub vicino al parco della Caffarella piange davanti al pronto soccorso. ”Io sono di Genova – aggiunge – ma vivo qui nella zona di piazza Re di Roma. Questo non è un posto tranquillo. Io lo dico sempre ai miei figli non rispondete a nessuno. In questa città non si può essere onesti, le cose non si possono dire, è meglio stare zitti”.

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Entrava anche se ero nuda

© Fornito da Il Giornale Online SRL twitter

”Il ct diceva lascia la porta aperta. E se ero svestita entrava lo stesso” Maila Andreotti è la prima atleta a rompere il muro del silenzio sulle presunte molestie avvenute nella nazionale femminile di ciclismo.

Arrivano novità sconvolgenti dopo l’apertura del fascicolo contro ignoti sul #MeToo azzurro nato in seguito all’inchiesta de Il Giornale, che ha di fatto portato in Italia la questione sulle molestie fisiche e psicologiche nel mondo del ciclismo femminile, esplosa lo scorso agosto in Belgio e in Olanda.

Ha conquistato 20 titoli italiani su pista, ma a un passo dalle Olimpiadi di Tokyo Maila Andreotti, 25 anni, abbandona tutto per ritirarsi dopo 17 anni di attività. Dopo essere stata sentita dalla Procura Federale, l’ex cliclista intervistata dal Corriere della Sera rompe il silenzio: ”Maggio 2012, avevo 16 anni. Ai pre campionati europei juniores e under 23 in Portogallo c’erano nuovi tecnici e massaggiatori. Ebbi la sensazione che Dino Salvoldi (il commissario tecnico della nazionale) trattasse le ragazze in modo diverso. Con me era professionale, con qualcuna molto più aperto”.

Tutto ebbe inizio così: ”Il marcio l’ho visto la prima volta che ho incontrato un certo massaggiatore. Mi faceva domande strane, faceva battute un po’ spinte, entrava nella mia camera senza bussareemi diceva ‘spogliati’ prima dei massaggi. Lui stava a guardarmi mentre mi spogliavo. Mi sono sentita a disagio. A quel punto mi sono lamentata con il mio allenatore dicendo che volevo l’altro massaggiatore. Finita la trasferta in Portogallo, mi è stato fatto sapere che avrei dovuto farmi andare bene anche le cose che non andavano. Sono stata lasciata a casa dalla nazionale per due anni”.

Punta il dito contro Salvoldi: ”Era l’unico a non voler investire sulla mia specialità e su di me. Diceva: ‘Lascia la porta della camera aperta’. E lui entrava in qualsiasi momento, che tu fossi vestita o no”. Sulle presunte relazione del tecnico con alcune cicliste: ”Io fisicamente da Salvoldi non sono mai stata molestata. Le ragazze che hanno avuto rapporti con lui erano tutte consenzienti. Io sollevo la questione psicologica, non fisica. Chiunque può innamorarsi, non è questo il problema. Lo diventa quando cominci a favorire chi è legata a te. Ha fatto di tutto per portarmi alla decisione di lasciare il ciclismo. Avevo deciso prima che scoppiasse questo putiferio”.

Fonti interne parlano di testimonianza dell’Andreotti resa in un’atmosfera tesissima come lei stessa rivela: ”Tutto si è svolto molto sbrigativamente e in un clima che non ho percepito a me favorevole. Avrei voluto parlare di bullismo e di violenza psicologica”. Intanto la Procura generale del Coni, preoccupatissima per la vicenda, è pronta ad avocare a sé l’inchiesta in caso di archiviazione frettolosa. In ballo c’è la reputazione di tutto il ciclismo italiano.